il 'Piatto Digitale', Milano e la Social Media Week

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Settimana scorsa si è svolta la Social Media Week, e io sono andata a curiosare. Ad accogliermi in galleria Vittorio Emanuele, un sacco di persone con il naso all'insù: un enorme cartellone con la scritta ‘the king is naked”. Guardo meglio e capisco che non è quello che tutti guardano, ma 4 uomini appesi ad un filo che penzolano dal tetto vetrato della galleria. Sono attivisti di Greenpeace che manifestano contro la settimana della moda a seguito della scoperta che in molti tessuti di case di alta moda per bambini sono state trovate sostanze nocive. Non faccio tempo a fotografarli che vedo una folla correre e urlare e la polizia sbucare da tutte le parti. Scopro che sono tifosi di calcio in attesa della partita di questa sera, e lo capirò meglio uscendo poche ore dopo, quando il pavimento di piazza Duomo sarà un tappeto di lattine di birra (io il calcio fatto così lo odio, e non ditemi che è uno sport).

Finalmente entro nella sala dell’Urban Center e mi siedo tra il pubblico della Social Media Week, una settimana di incontri e dibattiti centrati sul tema dell’evoluzione della comunicazione, in varie location sparse per la città, da piazza duomo a palazzo reale, organizzato da Hagakure, che in particolare quest’anno affrontava il tema ”The Future of Now: Always-On, Always Connected“. Io ho seguito alcuni incontri in streaming dal mio computer (santo streaming!), e ho partecipato a questo dal vivo, (e cosa poteva riguardare se non il food?!) dal titolo "Il Piatto Digitale: esiste ancora un confine tra media tradizionali, TV e social media in ambito food&wine?" Mi interessava un po’ per il tema, un po’ perché era dibattuto da alcune mie amiche, tra cui Anna Maria Simonini (Social Media Manager), Mariachiara Montera (Food Strategist e Food Writer), Sonia Peronaci (GialloZafferano), Francesca D'Agnano (foodblogger), Paola Sucato (foodblogger), insieme a portavoce del mondo aziendale: Alessia Munzone (Unilever), Enrico Poretti (Discovery), e Francesco Zonin (Zonin).


 Ovviamente la domanda posta era retorica, nel senso che tutti sappiamo e abbiamo visto che questo confine è talmente labile che si è ormai disintegrato. Il food (e in parte il mondo del wine) comunica molto attraverso i social media, sia che il soggetto in rete sia un’azienda, un blogger o semplici utenti amanti della cucina. Lo scopo dell’incontro era provare a disegnare sviluppi futuri di questo fenomeno alla luce dell’evoluzione della comunicazione ed in vista di Expo 2015, in cui per la prima volta assisteremo ad una esposizione universale a Milano totalmente gestita dai media, totalmente social, e proprio dedicata al nutrimento del nostro Pianeta. Su Twitter io e amici, io e sconosciuti, io e aziende, ci scambiamo opinioni su cibi e prodotti, e lo stesso avviene anche su Instagram e Pinterest, in cui il mondo del food occupa una larga fetta. Lo scenario emerso dal dibattito è che mentre per il food la strada è già più spianata e consolidata, quella per il wine è ancora in salita e frammentata. Ogni programma televisivo a tema food si porta dietro live tweeting ad ogni puntata, e video tutorial per spiegare le ricette andate in onda: Poretti spiegava che il pubblico un secondo dopo aver visto una ricetta in tv la vuole disponibile online, altrimenti scatta la polemica. O mi vengono in mente pagine Facebook nate in seguito ad un prodotto o un’esigenza (come quella della pasta madre, con relativa mappa di ‘spacciatori’ sparsi sul territorio) o account twitter creati per deridere un personaggio (il caso di Rachida di Masterchef).
Per il vino tutto ciò ancora non accade, ma per primo Zonin ha detto che il modo di comunicare il vino in rete non è così semplice, il vino è ancora legato a un discorso un po’ elitario. Sonia diceva che quando assaggiamo un vino noi ‘ignoranti’ (mi metto nella categoria) non osiamo commentarlo perché di fianco a noi a tavola c’è sempre qualcuno che ci fa notare il perlage, parla di barrique, di retrogusto di ciliegia o di solfiti e tannino. E a quel punto noi cosa possiamo fare? O ci cala la palpebra come succede a Francesca quando il fidanzato si perde nella descrizione di un vino, o stiamo zitti, perchè non sappiamo cosa dire e non siamo padroni della terminologia propria solo degli intenditori. Io una mezza strategia in realtà ce l’ho, ed è quella di preferire la birra. Mi viene in mente che ultimamente la birra (e parlo del caso Moretti) stia attuando un programma intelligente in questo senso: guida nelle degustazioni, insegna che la birra non si sposa solo con la pizza, ma spiega come abbinarla al cibo e usarla per cucinare (come non citare il sublime birramisu di Sadler?). Ha iniziato questo progetto con i blogger e gli influencer, e ha proseguito con cene a tema aperte a tutti nei migliori ristoranti e pizzerie. Io davanti al muro di bottiglie di vino del supermercato mi perdo, perché a parte il fatto che non abbinerei mai un Barolo ad una sogliola, o un Prosecco ad un brasato, oltre quello -e poco altro- faccio fatica. Allora forse la strada percorribile dalle aziende sarebbe disegnare dei percorsi in cui ogni vino si sposa con un piatto, ma con un linguaggio semplice, rivolto a noi che organizziamo una cena e vogliamo portare in tavola il vino giusto. Al ristorante è più facile, perché c’è chi ti consiglia, ma non avendo un sommelier in dotazione in casa, allora vorrei una campagna informativa, che magari parta prima dalle aziende verso i blogger e il popolo dei social, ma poi si diffonda in maniera capillare anche al resto delle persone che magari non twittano, ma cucinano e amano bere, possibilmente bene. Ma che non vuol dire semplificare o banalizzare i vini, perché le storie dei vini e sopratutto delle vigne le trovo affascinanti, ma cominciando a fare un’educazione base e poi ognuno può decidere di approfondire. Di fare la pasta al pomodoro siamo capaci tutti, poi se voglio scegliere un pastificio di Gragnano e il pomodorino dop del Piennolo lo posso fare, ma perché qualcuno è stato in grado di sapermene raccontare la storia.

E dopo tutto questo racconto non vi è venuta voglia di fare un giro a milano in vista di Expo 2015? Anche solo per vedere i nuovi grattacieli (belli!) che ne hanno ridisegnato lo skyline? Con la nuova piazza Gae Aulenti, che questa settimana si è trasformata in una pista di pattinaggio a cielo aperto? Non ci credo! Avete tutto il tempo per prenotare una vacanza, e potete farlo tramite il portale Venere.com, dove trovate hotel e alloggi (più di 350.000), opinioni degli ospiti e potete scegliere in base alla zona in cui sarete, perché troverete opzioni di ricerca come ‘hotel vicini agli aeroporti o alla metropolitana’, e tutto questo in 11 lingue diverse. Ora non avete più scuse ; )
Torre Unicredit, 218 mt, Milano #nofilter
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Pesto di cavolo nero

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Io adoro il pesto, in ogni sua forma. A patto che non sia la forma del vasetto di vetro del supermercato. Chiamatemi talebana, ma non mangio nessun pesto che sia industriale. Vi siete mai soffermati a leggere cosa contiene? Ovviamente per conservare le foglie di basilico e durare a lungo, necessita di un sacco di agenti conservanti (spesso sono molto zuccherini infatti), e quello che più mi infastidisce è quando sostituiscono i pinoli con noci o arachidi (perché costano molto meno). Un tempo non ero così 'purista', è tutta colpa di un uomo, il re del pesto, il signore col mortaio, Roberto Panizza. Quest'uomo anni fa mi ha insegnato a  fare il pesto al mortaio, e da allora io non riesco più a mangiare altri se non il suo (pesto Rossi) o quello fatto a mano (ancora meglio se al suo ristorante il Genovese, da provare!). Certo che non è cosa semplice, e nemmeno veloce, ma senza voler essere bravi come il maestro si può anche chiudere un occhio e sostituire il mortaio con un robot da cucina, sarà sempre meglio di quello che si acquista al supermercato. Io quando è stagione mi armo di basilico e muscoli, e preparo tutto il pesto al mortaio che mi servirà per l'inverno, surgelandolo. Roberto è anche l'ideatore della manifestazione che ogni ano celebra l pesto, che si svolgerà anche quest'anno a marzo: il Campionato Mondiale di Pesto al mortaio, in cui 100 concorrenti da tutto il mondo si sfidano nella preparazione del pesto genovese secondo le modalità della ricetta tradizionale. Il bello della gara è che è aperta a chiunque e una volta passate le gare eliminatorie permette ai vincitori di sfidarsi nella bellissima sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Genova. 
Io però vivo a Milano e il basilico di serra durante l'inverno non lo trovo facilmente, quindi mi sto inventando pesti di tutti i tipi, e in questo periodo amo preparare quello di cavolo nero: senza mortaio, tranquilli, è facilissimo (maestro mi perdoni, se può).
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PESTO DI CAVOLO NERO
350 g cavolo nero
70 g pinoli
1/2 spicchio aglio
parmigiano grattuggiato (facoltativo)
olio extra vergine di oliva
sale
Lavate bene il cavolo nero ed eliminate i gambi e la parte centrale delle foglie grandi, troppo dura e fibrosa. In una pentola con acqua salata scottate le foglie circa 3 minuti e scolatele molto bene strizzandole per eliminare tutta l'acqua in eccesso. In un robot da cucina mettete il cavolo nero, i pinoli, lo spicchio d'aglio e frullate unendo a filo l'olio finché otterrete la giusta consistenza. Se aggiungete il Parmigiano non aggiungete sale, o almeno assaggiate per capire la sapidità del pesto, se invece volete evitare il formaggio, aggiungete nel robot anche un po' di sale. 
Nota: è ottimo per condire la pasta o come accompagnamento al pesce (in questo caso diluito con più olio o con un po' di acqua di cottura del cavolo nero stesso). 

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KALE PESTO
350 g kale, center ribs and stems romoved
70 g pine nuts
1/2 garlic clove
grated Parmesan (optional)
olive oil
salt
Blanch kale in a pot full of boiling salted water about 3 minutes. Drain and wring out to remove rife water. Use a food processor to add kale, garlic, pine nuts, Parmesan and pulse adding oil to a coarse purèe. Taste and add salt if necessary. It's perfect on pasta or fish.

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Banana pancakes, with love

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Me lo ricordo bene, caspita se me lo ricordo. Quando ero alle medie, rotondetta, per niente paninara, per niente alla moda, capelli non lisci, non perfettamente ricci, quella via di mezzo un po' insulsa, le maglie sempre larghe per nascondere le forme che quelle più sveglie (oggi direi 'quelle più 'zoccole') ostentavano. I maledetti brufoli nati sempre ad hoc, tipo il giorno prima della festa, il cerchietto da 'brava bambina', i bei voti e qualche numero di 'Cioè' comprato di nascosto con qualche amica, con certi articoli che non capivamo mai fino in fondo (ma nessuna osava ammetterlo). Carina per il tuo papà, brava bambina per tua mamma, trasparente per il ragazzo che ti piaceva. Trasparente, o brutta, che era decisamente peggio. E me lo ricordo sì San Valentino. Non arrivava mai niente. Nessun regalino, bigliettino o scatola di cioccolatini a forma di cuore, come in ogni film d'amore che si rispetti. Una volta ho scritto io un biglietto tutto cuoricioso a un lui, ma se lo scrivi tu non vale. E una volta ho ricevuto un regalo (due espliciti orecchini a forma di cuore), ma ovviamente da uno di cui non me ne poteva fregare di meno. Mi ricordo che sognavo leggendo  Peanuts, l'espisodio di Be my Valentine, e sognavo anche io di trovare la cassetta delle lettere piena di bigliettini o di conquistare il mio adorato Schroeder del momento, piccola Lucy incantata mentre lo guardavo suonare il piano. 
Quei tempi sono finiti, e menomale aggiungo! Le mie rivincite me le sono riprese tutte, una ad una ; ) E il mio 'Be my Valentine' oggi l'ho trovato anche io, e ne sono innamorata come il primo giorno -se non di più, ed ora non sogno bigliettini o cioccolatini, ma dei pancakes come questi serviti a letto per colazione (allora non c'erano nemmeno i blog per poter lanciare messaggi espliciti come questo ; )

BANANA PANCAKES
Ingredienti per 2 persone:
1 banana
1 uovo grande
1 cucchiaio di miele
1 vasetto di yogurt bianco
2 cucchiai olio di girasole
110 g di farina
2 cucchiai di zucchero di canna
1 pizzico di cannella in polvere
1 cucchiaino di lievito o di bicarbonato di sodio
In una fondina sbattete con una frusta l'uovo con miele e zucchero, poi unite olio e yogurt e mescolate finché il composto è omogeneo. In un'altra fondina mescolate alla farina il lievito e la cannella e aggiungete al composto liquido senza formare grumi. Tagliate a rondelle sottili una banana e unitela. In un pentolino antiaderente fate sciogliere un pezzettino piccolissimo di burro e con un mestolo piccolo versate un po' di impasto in modo da formare un cerchio. Lasciate cuocere senza toccare fino a che vedete formarsi delle bolle. A quel punto girate e fate cuocere dall'altro lato per altri 3-4 minuti. Cuocete in questo modo tutti i pancakes fino a che avete finito l'impasto. Se volete dar loro la forma di cuore usate dei taglia biscotti. Poi impilateli uno sull'altro e versate sciroppo d'acero e qualche fettina di banana. Vanno serviti caldi (o tenuti in caldo fino al momento di servire).
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BANANA PANCAKES
Ingredients for two:
1 banana
1 egg
1 teaspoon honey
1 yoghurt pot
1 cup flour
2 teaspoons sunflower oil 
2 teaspoon sugar
1/2 teaspoon ground cinnamon
1 teaspoon baking soda
In a bowl mix egg with honey and sugar. Then add oil and yogurt until mix is uniform. In another bowl mix flour, baking soda and cinnamon and add it to the other bowl stirring well. Add a sliced banana to the batter. In a little pan place a little piece of butter and less than 1/4 cup batter for each pancake. Cook until bubbles break on surface, then turn and cook the other side until golden. Serve immediately or place in warm oven until ready to serve. Place three pancakes (you can use a cookie cutter heart-shaped) on each plate and serve with maple syrup and banana slices.
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Marmellata di frutti di bosco - Wildberries jam

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In questi giorni ha piovuto troppo, decisamente troppo. Mi sembrava un mondo in bianco e nero, anzi in grigio monocromatico (un Pantone Cool Gray 10 C direi ; ). 
Ho bisogno di circondarmi di colore e di buonumore, e i frutti di bosco di solito funzionano. Ecco come trasformarli in una buonissima marmellata per cominciare una nuova giornata, piena di colori e di dolcezza!



MARMELLATA DI FRUTTI DI BOSCO
Ingredienti:
500 g mirtilli
500 g lamponi
succo di 1/2 limone
500 g zucchero di canna*
*Dato che io uso poco zucchero, questa marmellata va consumata nel giro di pochi mesi. Se volete una durata più lunga, usate 1 kg di zucchero per 1 kg di frutta (ma me non piace perché risulta troppo dolce).

Scegliete una pentola dal fondo spesso o in ghisa, è importante per evitare di far bruciare la marmellata e tenete sempre il fuoco al minimo. Lavate bene i frutti e lasciateli asciugare almeno mezz'ora su alcuni fogli di carta da cucina. Mettete nella pentola i frutti, il succo di mezzo limone, lo zucchero e mescolate. 
- Decidere quando è cotta:
Per decidere quando fermare la cottura fate così: prendete un piattino di ceramica (meglio se prima sta qualche minuto in freezer) tenendolo inclinato sopra la pentola. Con l’altra mano fate scivolare sul piattino un cucchiaino di marmellata. Se è liquidissima e scivolerà subito via, allora proseguite la cottura per farla addensare. Ma non esiste una regola, morbida o densa dipende solo dal gusto personale. 
- Sterilizzare i vasetti:
Preparate di fianco alla pentola dei vasetti sterilizzati: io li metto nel microonde pieni di acqua e scaldo alla massima temperatura finché l'acqua bolle, ma in alternativa potete passare alcool puro a 90° nei vasetti prima di riempirli o sterilizzarli in forno a 100° o farli bollire in una pentola piena di acqua. Invasate la marmellata bollente nei vasi ancora caldi fermandovi a 1 cm dal bordo. Capovolgeteli e lasciateli mezz'ora così coperti da uno straccio per mantenere più a lungo il calore (sentirete il tappo fare ‘pop’ e vorrà dire che si è formato il sottovuoto). Poi girateli, disegnate una bella etichetta, e resistete a non aprirli e divorarli tutti prima che si siano completamente raffreddati. 

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WILDBERRIES JAM
Ingredients:
500 g blackberries
500 g raspberries
500 g sugar
juice of half lemon
Mix berries with the sugar in a big and bring to the boil. Boil for about 45 minutes on low heat, stirring constantly. Test the consistency of jam: let a plate cool for 5 minutes in the freezer, than remove and pour 1 teaspoons of jam on the plate: it must not run too fast. If you prefere to increase the consistency, let boil for another 2-3 minutes, then repeate ther plate-test. Once you have reached the right consistency, pour into sterilized jars (put them full of water untill boiling), seal, turn over for 30 minutes and then let cool at room temperature.

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HOMI, the new Macef

Questa mattina ho fatto visita a HOMI, la fiera che siamo sempre stati abituati a chiamare Macef, ma che da quest'anno si è 'rifatta il trucco' ampliandosi e crescendo. Grazie agli organizzatori di Fiera Milano e l’amica Paola Sucato ho partecipato insieme ad altri blogger al percorso ‘Dining’, una visita-racconto che ci hanno portato a spasso tra gli stand per farci conoscere le novità del settore. Ecco quello che ho visto, con l'aggiunta di un po' di cose che mi sono piaciute nel mio bighellonare da sola alla ricerca 'del bello'.
Sicuramente il pensiero che mi è frullato in testa tutta la giornata è stato “per fortuna che a HOMI non si possono fare acquisti al dettaglio, altrimenti sarei tornata a casa con il conto prosciugato” ; )


 
Della bellezza di queste tazze non serve nemmeno che io vi parli (e l'ho capito dal numero di like che hanno ricevuto quando ieri le ho pubblicate sulla mia pagina Instagram): colori stupendi, ceramica leggera, bordo sottile, impugnatura di quelle comode. Insomma, se devo proprio trovar loro un difetto posso solo dire che ad una prima occhiata sembrano le mug di Pantone, ma in realtà non lo sono. E non fanno mica solo tazze, ma un'intera gamma di prodotti con cui sbizzarrirsi e circondarsi di colore Tra cui accessori per il tè da vedere e comprare. Subito! Livellara
 


 
 
Ho scoperto il marchio Henriette, di cui ho apprezzato moltissimo il total white, che secondo me è l’unica strada percorribile in tavola. Mescolano tradizione e modernità con ambientazioni in stile New England ed un'apertura verso il mercato straniero (immaginano che in America apprezzino molto il servizio ‘cowboy’ che vedete in foto, con la ciotola che girata al contrario sembra un cappello sul piatto che ha i bordi leggermente rialzati).
 



 
Questo è un tappetino-tovaglietta disegnato in bianco e nero fornito in una confezione con pennarelli riscrivibili. Lo pubblicizzano come antidoto per tenere a bada i bambini durante le lunghe cene al ristorante, ma io lo vorrei a casa mia, per me, da tenere sulla scrivania come antidoto alle giornate di lavoro noiose. Vi consiglio un giro sul sito di Modern twist perché si trovano prodotti in silicone dal design minimal molto originali e divertenti, dalla tavola ai giochi per bambini (e la tentazione dell’acquisto on line sarà fortissima).
 





Sulla quantità di coltelli presenti in fiera si potrebbe scrivere un libro, fatto sta che a me piacciono tutti, più sono 'cattivi' e più mi piacciono. Questi sono i famosissimi Global, made in Japan, di cui ammiro forme e linee. Confesso che aggirandomi tra questi metalli, mi sentivo molto in modalità ‘Dexter’ mentre ne ammiravo le lame lucenti come in genere si ammirano scarpe o borse ; )





Homi è stata anche l'occasione per incontrare la mia amica Ramona Pizzano, che faceva il suo showccoking per WMF ed assaggiare le sue strepitose torte. Mi ha accolta al suo stand verso le due, trovandomi affamata e assetata, e mi ha trattato nel migliore nei modi (dove per ‘migliore dei modi’ intendo che mi ha servito focaccia calda, torte di ogni tipo, caffè e succhi). Stava cucinando dalle 7 della mattina ed era perfettamente truccata e pettinata. Io al suo posto avrei avuto bisogno, come minimo, di una controfigura.



 
Girovagando tra gli stand minori e stand di artigiani, ho scovato questo angolino meraviglioso: si chiama Atelier Carta Bianca e ho scoperto che dietro ai suoi meravigliosi oggetti si nasconde un'architetto (l’apostrofo perché è donna) con passione per la carta e il paper design. Mi pento di non aver fotografato più oggetti. Consiglio una visita al sito, pura poesia tradotta in carta.
 




 
Un altro capitolo a parte dopo quello sui coltelli potrei aprirlo sulle alzatine, che sono una delle mie ossessioni. Ringrazio di avere la casa stipata di oggetti all'inverosimile, perché se avessi spazio ne comprerei in continuazione, specie quelle come questo modello con cupola in cristallo. Più sono 'della nonna', stile vintage, più sono etereee, in cristallo, sottilissime (che si sbeccano a guardarle insomma), più mi piacciono. Forse nella mia vita passata ero davvero una pasticcera.
 





Tableclothes non è una scoperta, ho sempre apprezzato le loro scelte di design. Oggi in particolare c’erano le nuove grafiche di Biscalchin, con la meravigliosa parodia dei vini sul runner ‘i tirabuchò’: ogni cavatappi rappresenta un vino; ad esempio, quello con 'le tette grosse' è il Bonarda, e quello con la pelle di animale in vita, è il 'Primitivo').
 






Da Bialetti la tappa era d’obbligo. Questo omino con i baffi ha già fatto capitolare una serie infinita di fanciulle, ed oggi ci riprova con alcune novità tra cui le tazzine e le miscele che si rifanno ad alcune città italiane come Roma, Napoli, Venezia  e Milano. L’ultima nata è la miscela 'Torino', con aroma di cioccolato e nocciole.
 





knIndustrie vince in assoluto il premio mio stand preferito: un oggetto più bello dell'altro. Un design nordico, dalle forme leggere, pulite, on pattern bellissimi e abbinamenti alternativi di materiali. Mi sono innamorata dei disegni dei taglieri, delle posate, mentre ho trovato stupenda alla prima occhiata la pentola 'tutta di vetro' ma poi me la sono immaginata dopo un uso intensivo e me la sono vista con i residui di calcare e allora mi è passata la poesia. Probabilmente farei come nello stand: la esporrei sotto una bella campana di vetro, stile ‘bella addormentata nel bosco’. Una nota di riguardo la merita la serie di taglieri in legno e grès porcellanato, consiglio visita al sito.

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Di Argenesi ho apprezzato la passione che trasmetteva la persona che ci ha guidato nel percorso, perché parlava di suo papà maestro argentiere e si vedeva che cercava di restituirci tutto il lavoro e l'amore che c'è dietro al suo lavoro. La loro particolarità consiste in una lavorazione brevettata che deposita l’argento su molteplici superfici, dal vetro al metallo. E tra oggetti più classici e da 'lista nozze' abbiamo scovato anche una linea di amplificatori per iPhone dall’aspetto vintage.



 



L’ultimo stand di cui vi parlo è quello dei maestri vetrai di Murano. So che non sono prodotti che incontrano tutti i gusti, ma io resto incantata da questi vetri (pur non possedendone nemmeno uno) perché mi riportano sempre indietro alla classica gita scolastica a Murano in cui vedi dal vivo come funziona l’arte della soffiatura del vetro. A me l’idea che una cosa dura, fredda e rigida, nasca invece dal caldo e da una massa morbida ha sempre affascinato, e soprattutto ammiro l’abile maestria di chi lo fa con passione, come Carlo Moretti di cui erano esposte le ultime collezioni.
 

Concludo: HOMI mi è piaciuta moltissimo. Ci ho speso solo una giornata ma non ho dubbi che ne servano almeno tre per poterla vedere al meglio, ringrazio di aver ricevuto il pass stampa che mi ha permesso di fare fotografie (che è vietato agli altri visitatori) e scrivendo questo articolo mi sta nascendo il sospetto che domani ci tornerò, mi manca tutta l’area garden, quella fashion e quella wellness. Se volete farci un giro mi trovate lì, chiederò la residenza ; )

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